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La Giunta regionale, su proposta dell’assessora della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi, ha programmato interventi per complessivi 5.233.160 euro destinati alla realizzazione e al completamento degli ecocentri e al recupero delle aree degradate dall’abbandono di rifiuti.

Il provvedimento assegna 834.200 euro ai centri di raccolta di tredici Comuni e 1.398.960 euro agli interventi di recupero ambientale in tredici territori comunali. Queste risorse provengono dal Fondo ambientale, alimentato dal gettito del tributo speciale per il conferimento dei rifiuti in discarica. Si aggiungono inoltre tre milioni di euro per il Comune di Cagliari, relativi all’annualità 2026 del contributo previsto dalla legge regionale di stabilità 2025.

“Gli ecocentri sono un servizio necessario per consentire ai cittadini di conferire correttamente i rifiuti e per sostenere il lavoro dei Comuni nella raccolta differenziata – dichiara l’assessora Laconi –. Con questo programma finanziamo nuove strutture e il completamento di quelle esistenti, rispondendo alle richieste presentate dalle amministrazioni locali”.

Saranno realizzati nuovi ecocentri a San Gavino, con un finanziamento di 110 mila euro, e a Erula e Tempio Pausania, con 100 mila euro ciascuno. Gli interventi di completamento riguarderanno Ussaramanna, Villamassargia, Albagiara, Iglesias, Sorso, Simala, Lunamatrona, Teti, Borore e Barumini. Gli importi sono stati definiti applicando i criteri regionali aggiornati nel giugno scorso, che tengono conto della popolazione e prevedono una maggiorazione per i Comuni con una raccolta differenziata pari o superiore all’80 per cento.

Per il recupero delle aree interessate dall’abbandono di rifiuti, le risorse andranno ad Assemini, Gairo, Uras, Sorso, Quartu Sant’Elena, Nuraminis, Dolianova, Barrali, Nurri, Carloforte, Ottana, Pauli Arbarei e Sassari. I criteri regionali prevedono un finanziamento massimo di 80 mila euro per intervento, su aree di proprietà pubblica, con una quota fino al 25 per cento destinabile a misure di dissuasione, come sistemi di videosorveglianza e delimitazioni delle aree ripristinate.

Per Quartu Sant’Elena la richiesta di 550 mila euro è stata accolta per l’intero importo, per il ripristino di un’area nella quale sono presenti veicoli abbandonati e diverse tipologie di rifiuti. Il finanziamento tiene conto della rilevanza ambientale dell’intervento e della necessità di recuperare unitariamente il sito, interessato da una discarica abusiva che insiste anche su aree demaniali. Per Quartu e Uras resta fermo l’obbligo dei Comuni di recuperare dai soggetti tenuti a intervenire le somme anticipate per gli interventi eseguiti in danno.

“L’abbandono dei rifiuti compromette luoghi pubblici e impone costi alle comunità – prosegue Laconi –. Aiutiamo i Comuni a rimuovere i rifiuti e a recuperare le aree, prevedendo anche misure per evitare che vengano nuovamente utilizzate come discariche. Dove si interviene in danno, resta l’obbligo di recuperare le spese dai soggetti responsabili”.

Il contributo di tre milioni di euro per Cagliari sarà utilizzato per la rimozione dei rifiuti dalle aree degradate, compresi quelli dispersi negli spazi pubblici. È prevista un’anticipazione del 50 per cento e il pagamento del saldo sulla base delle spese effettivamente sostenute e ammissibili, previa rendicontazione.

Gli interventi finanziati dal Fondo ambientale saranno attuati attraverso apposite convenzioni con i Comuni beneficiari.

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La Giunta regionale, su proposta dell’assessora della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi, ha espresso la valutazione di coerenza con il Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali del Piano generale predisposto dall’Autorità di Sistema portuale del Mare di Sardegna per la gestione dei rifiuti prodotti dalle navi. La valutazione è prevista dall’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo n. 197 del 2021, che ha recepito la direttiva (UE) 2019/883 sugli impianti portuali di raccolta dei rifiuti delle navi.
Il documento riguarda i porti di Cagliari, Foxi-Sarroch, Olbia, Golfo Aranci, Porto Torres, Oristano, Santa Teresa Gallura, Portovesme e Arbatax. Il Piano non modifica l’assetto organizzativo dei servizi di raccolta e conferimento, ma introduce adeguamenti tecnici e funzionali volti a migliorarne l’efficienza e l’accessibilità e a rendere più omogenea la gestione nei diversi scali.
«La gestione dei rifiuti nei porti richiede servizi adeguati alle esigenze delle navi e attenzione alla tutela dell’ambiente – dichiara l’assessora Laconi –. Il Piano aggiorna le modalità di raccolta sulla base dei conferimenti effettivamente registrati e delle caratteristiche di ciascuno scalo. La valutazione regionale ne ha verificato la coerenza con la nostra pianificazione».
Tra gli adeguamenti previsti figurano nuove aree attrezzate per il deposito dei rifiuti, in particolare di quelli accidentalmente pescati e di quelli volontariamente raccolti in mare. La loro collocazione è stata definita tenendo conto degli spazi disponibili, delle infrastrutture portuali, del traffico navale e delle modalità di svolgimento del servizio.
Si tratta di aree destinate esclusivamente allo stoccaggio dei rifiuti prima del conferimento a soggetti terzi. Il Piano non prevede nuovi impianti di trattamento e mantiene l’attuale assetto organizzativo, ritenuto complessivamente adeguato alle necessità dei porti interessati. L’analisi dei dati storici evidenzia infatti quantitativi contenuti, con flussi discontinui e variazioni stagionali, che allo stato attuale non giustificano impianti fissi dedicati nella generalità degli scali.
«Una parte rilevante dell’aggiornamento riguarda i rifiuti recuperati in mare – prosegue Laconi –. Prevedere spazi attrezzati per il loro conferimento significa dare un supporto concreto a chi li raccoglie e consentirne la corretta gestione una volta portati a terra. È un intervento utile alla protezione del mare e al lavoro quotidiano nei porti».
L’istruttoria del Servizio competente dell’Assessorato si è conclusa positivamente. Il documento, che si limita a un aggiornamento tecnico e organizzativo dei piani esistenti, è stato qualificato come mero adeguamento tecnico-funzionale e, come tale, non assoggettabile alla verifica di assoggettabilità a Valutazione ambientale strategica, secondo le direttive regionali in materia.
La pronuncia della Giunta conclude la valutazione di competenza regionale sulla coerenza del Piano. L’approvazione e l’attuazione restano in capo all’Autorità competente, cui spetta anche assicurare agli operatori delle navi le informazioni sui servizi disponibili e sulle tariffe applicate.
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Il metodo e le misure di adattamento al cambiamento climatico capaci di orientare la pianificazione e la programmazione regionale e a cascata quelle locali è stato il tema centrale dell’incontro “Adattamento ai cambiamenti climatici del turismo costiero con l’esperienza del progetto NaTour4CChange” che si inserisce nel percorso di attuazione della Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici (SRACC) e della Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile (Sardegna2030), grazie alla sinergia con il progetto europeo NaTour4CChange, finanziato dal programma Interreg EuroMED.

Il programma ha visto la Sardegna lavorare al fianco di Andalusia, Creta, Contea di Zara, Cantone di Erzegovina-Neretva. Cinque regioni che condividono il Mediterraneo, la principale destinazione turistica mondiale e uno dei principali hotspot di biodiversità al mondo e di vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

“Ci troviamo qui per la conclusione di un progetto importante, un progetto europeo, Nature for Climate Change, che riguarda in particolare il tema dell'impatto che il cambiamento climatico determina sul turismo costiere, sulle nostre coste. Quindi di fatto quali sono i risultati di questo progetto? Prima di tutto è un progetto che coinvolge cinque comunità dell'area del Mediterraneo e tra queste c'è la regione Sardegna” ha detto l’assessora della Difesa dell’Ambiente, Rosanna Laconi.

“Abbiamo dimostrato come un argomento così complesso come il turismo non possa essere affrontato soltanto da un unico Assessorato, da un unico settore come quello ambientale, quindi quando parliamo di impatto sul turismo dobbiamo affrontarlo a 360 gradi, ecco quindi che gli altri partner nel progetto sono stati l'Assessorato alla Cultura, l'Assessorato all'Urbanistica e la Protezione Civile. A dimostrazione che un metodo importante per studiare gli adattamenti al cambiamento climatico è proprio quello della interassessorialità, interdipartimentale, cioè dobbiamo lavorare insieme perché ognuno ha una visione naturalmente delle problematiche del proprio settore. Altro aspetto importante è stabilire una continuità soprattutto di questo progetto, che non finisce qui ma inizia adesso con il lavoro vero e proprio, che è quello di calare la strategia del cambiamento climatico nelle azioni pratiche di adattamento sul territorio. Questo lo stiamo già facendo con due progetti pilota della nostra regione che hanno riguardato l'area marina protetta di Villa Siminus e di Tavolara e quindi con le azioni che verranno messe in campo renderemo più realistico e pratico questo piano come appunto la strategia” ha concluso l’assessora Laconi.

Il lavoro sul turismo costiero rappresenta un primo ambito di applicazione di un percorso più ampio di attuazione della Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Inoltre, con il progetto è stato possibile sviluppare azioni pilota nelle Aree marine protette di Capo Carbonara, e di Tavolara–Coda Cavallo. I risultati saranno assunti come modelli di riferimento da trasferire e mettere a sistema per tutti gli enti locali.

“Il turismo- ha invece sottolineato l’assessore del Turismo, Franco Cuccureddu - è il settore nel quale i cambiamenti climatici probabilmente impattano maggiormente. E’ un settore che ha aspetti certamente negativi. Abbiamo verificato con il ciclone Harry la devastazione delle coste che però poi la natura piano piano ci restituisce. Ma anche aspetti positivi, la stagione balneare che solitamente era concentrata in poche settimane, quelle estive, tra giugno ed agosto ormai è balneabile anche il mese di settembre ma anche quello di ottobre e probabilmente anche le prime settimane di novembre. Quindi cerchiamo di guardare positivo e di riorganizzare i servizi a partire da quelli dell'assistenza alla balneazione, i bagnini nelle spiagge, la pulizia delle spiagge a riorganizzare il nostro modello di servizi in funzione di una stagione balneare che sarà sempre più a larga.”

La prima sessione è stata dedicata alle tendenze del turismo in Sardegna e ai pericoli, agli impatti e agli scenari climatici futuri e alla illustrazione della proposta di strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici del turismo costiero. Hanno inoltre presentato i piani di azione locale delle due aree pilota, Valeria Masala, direttrice dell’Area marina protetta di Capo Carbonara e Leonardo Lutzoni, direttore dell’Area marina protetta di Tavolara–Coda Cavallo.

Nella seconda sessione anche gli interventi di Francesco Spanedda, assessore degli Enti locali, finanze e urbanistica, Ilaria Portas, assessora della Pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport e Ignazio Locci, presidente del Consiglio delle Autonomie Locali della Sardegna.

“Anche l'assessorato della Cultura della regione Sardegna – ha detto l’assessora Ilaria Portas- interviene nella strategia per l'adattamento ai cambiamenti climatici per il suo patrimonio culturale e archeologico. Abbiamo visto, anche in occasione della drammatica evento climatico e meteorologico del ciclone Harry, quanto questi eventi possano essere impattanti nel nostro patrimonio archeologico. I danni subiti da Nora, da Tharros ed altri siti, ci hanno fatto capire che questa strategia è assolutamente urgente e necessaria, quindi stiamo lavorando per fare in modo che non solo ci sia una mappatura ma un monitoraggio costante delle azioni da compiere rispetto agli scenari che si possono presentare.”

Per l’assessore Spanedda, gli studi sul cambiamento climatico ci dicono sostanzialmente che il paesaggio e il territorio non è più un oggetto fermo, uno sfondo su cui si collocano le opere fatte dall'uomo, ma è una realtà in movimento e in modificazione. “Quindi i progetti che noi facciamo non sono più semplicemente degli oggetti delle infrastrutture, sono dei processi che devono inserirsi all'interno di questo ambiente mutevole. Come tutti i processi, quindi, hanno bisogno non solamente di un inizio, una fine, un collaudo, ma hanno anche bisogno di una continuazione delle comunità locali per essere accompagnati e per diventare efficaci.”

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La Giunta regionale ha approvato, su proposta dell’assessora della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi, di concerto con l’assessore dell’Igiene e Sanità e dell’Assistenza sociale, i criteri per assegnare le risorse destinate alle bonifiche dall’amianto negli immobili pubblici e privati e nelle reti idriche pubbliche.

La delibera riunisce in un unico provvedimento le regole per l’accesso ai finanziamenti, le spese ammesse e le priorità da seguire nell’assegnazione dei fondi.

“Vogliamo dare precedenza alle situazioni di maggiore rischio, a partire dai materiali deteriorati che possono rilasciare fibre – dichiara l’assessora Laconi –. Un’attenzione particolare è riservata alle scuole, alle strutture sanitarie e assistenziali e agli impianti sportivi”.

Per gli immobili e le infrastrutture pubbliche il finanziamento potrà coprire l’intera spesa ammessa. Avranno precedenza gli interventi già finanziati da completare, a condizione che ne siano verificati il regolare avanzamento e il corretto utilizzo delle somme assegnate. Qualora le richieste superino le risorse disponibili, si terrà conto, nell’ordine, delle condizioni di degrado o friabilità dell’amianto, della destinazione degli edifici, del numero di persone potenzialmente esposte e, a seguire, dell’assenza di finanziamenti regionali per la stessa finalità negli ultimi tre esercizi, del livello di progettazione e della disponibilità di cofinanziamento o di altre risorse.

Gli immobili e le infrastrutture pubbliche dovranno risultare nel censimento regionale dei siti con presenza di amianto. In caso contrario, l’ente richiedente dovrà comunicarne la presenza alla ASL competente e allegare copia della comunicazione alla domanda. Per le reti idriche pubbliche sarà data priorità alla rimozione delle condotte in cemento amianto fuori terra rispetto a quelle interrate.

Tra le novità introdotte, le risorse potranno essere utilizzate non solo per la rimozione e lo smaltimento dell’amianto, ma anche per l’eventuale ricostruzione degli immobili e delle infrastrutture pubbliche, comprese le reti idriche, fino a un importo pari a quello delle spese di bonifica.

Per i privati, i contributi saranno assegnati attraverso i bandi delle Province e delle Città metropolitane. La copertura prevista è del 60 per cento delle spese ammissibili, fino a un massimo di 15 mila euro. Per gli immobili privati a uso esclusivamente pubblico, tra cui scuole, strutture per anziani e persone con disabilità e strutture religiose, il contributo potrà arrivare al 90 per cento, entro il limite di 12 mila euro.

“Il costo della bonifica può essere un ostacolo per i proprietari – aggiunge Laconi –. Il contributo regionale serve ad aiutarli ad affrontare questa spesa, con il sostegno delle Province e delle Città metropolitane, cui è affidata la gestione dei bandi”.

Il contributo ai privati coprirà anzitutto la rimozione o l’incapsulamento dei materiali, il trasporto e lo smaltimento in impianti autorizzati. Nei limiti previsti dalla delibera potranno essere ammesse anche le spese di progettazione, cantiere e sicurezza e quelle per il ripristino o la sostituzione dei manufatti. Alla domanda dovrà essere allegata la scheda di autonotifica, vidimata dalla ASL e completa delle informazioni necessarie a valutare il rischio.

Le risorse saranno assegnate con la programmazione annuale. Tempi e modalità per la presentazione delle domande dei privati saranno indicati nei bandi delle Province e delle Città metropolitane.

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Aggiornamento del Tavolo regionale di coordinamento per la gestione delle criticità relative ai rifiuti di imballaggio in plastica in Sardegna, coordinato dal Gabinetto dell’Assessorato della Difesa dell’Ambiente.

All’incontro hanno partecipato i Presidenti delle Province, i Sindaci metropolitani e i rappresentanti degli enti territoriali di area vasta, ANCI Sardegna e il Consiglio delle Autonomie Locali, alcuni Consorzi industriali, CONAI e COREPLA.

Nel corso della riunione, COREPLA ha assicurato il progressivo superamento delle criticità registrate nei mesi estivi, anche in conseguenza del superamento del picco stagionale di produzione dei rifiuti e della ripresa dei trasferimenti verso gli impianti della penisola.

In particolare, il Consorzio ha riferito che nel mese di settembre sono già state trasferite dalla Sardegna verso gli impianti della penisola circa 2.500 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica e che, nel breve periodo, è stato programmato il trasferimento di ulteriori 2.600 tonnellate.

COREPLA ha inoltre garantito, per i prossimi mesi, trasferimenti per circa 3.000 tonnellate al mese. Secondo quanto rappresentato dal Consorzio, tali quantitativi consentiranno di gestire sia i flussi ordinariamente prodotti dai Comuni sardi sia il progressivo trasferimento dei quantitativi accumulati nel mese di agosto presso gli impianti di Macchiareddu, Sassari e Olbia.

Nel corso del Tavolo si è svolto inoltre un confronto diretto tra COREPLA e i Sindaci e i Presidenti delle Province sulle criticità che hanno interessato i territori nei mesi scorsi. Sulle problematiche segnalate è stata avviata un’interlocuzione con il Consorzio finalizzata a individuare soluzioni operative in grado di prevenirne, per quanto possibile, il ripetersi e d limitarne gli effetti sui Comuni e sul sistema regionale di raccolta e gestione degli imballaggi in plastica.

A fronte del progressivo miglioramento della situazione, COREPLA ha comunque evidenziato che non possono essere escluse ulteriori criticità nel medio termine. Per questa ragione, la Regione mantiene alto il livello di attenzione, insieme ai Sindaci e ai Presidenti delle Province, proseguendo il monitoraggio dell’andamento dei flussi e della situazione nei diversi territori.

L’Assessorato della Difesa dell’Ambiente continuerà pertanto a garantire il coordinamento del Tavolo regionale e a verificare l’attuazione degli impegni assunti dai diversi soggetti coinvolti, mantenendo stabile il raccordo con gli enti territoriali e con il sistema CONAI-COREPLA.

Parallelamente prosegue il lavoro sul piano strutturale, con particolare attenzione all’entrata in esercizio degli impianti previsti dalla pianificazione regionale, tra i quali il centro di selezione degli imballaggi in plastica di Macchiareddu del CACIP.

Per la Regione, alla gestione delle criticità contingenti deve infatti accompagnarsi il rafforzamento della capacità impiantistica regionale, con l’obiettivo di ridurre progressivamente la dipendenza dai trasferimenti verso la penisola e rendere il sistema sardo di gestione dei rifiuti più stabile e maggiormente capace di affrontare eventuali nuove situazioni di criticità.

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Parere favorevole al documento coordinato dalla Sardegna: ritiri garantiti, rientro delle giacenze, oneri a carico del sistema consortile, controlli alle frontiere e una clausola per le isole. In gioco c’è la fiducia dei cittadini nella raccolta differenziata.

Tutte le Regioni e le Province autonome, da Nord a Sud e senza distinzione di collocazione politica, hanno espresso parere favorevole al documento di posizione «Crisi della filiera degli imballaggi in plastica. Proposta delle Regioni e delle Province autonome: ventuno azioni a breve termine». Il testo, elaborato dalla Commissione Ambiente, Energia e Sostenibilità della Conferenza delle Regioni, coordinata dalla Sardegna attraverso l’assessora della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi, era stato approvato all’unanimità dalla Commissione il 7 settembre. La proposta è ora indirizzata al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, con il quale il confronto è aperto dalla seduta straordinaria dell’8 luglio, svoltasi alla presenza della viceministra Vannia Gava.

Le azioni in sintesi

– Ritiri garantiti: termini certi, espressi in giorni, entro i quali il sistema consortile dovrà ritirare il materiale lavorato.

– Giacenze: un piano nazionale di rientro, definito impianto per impianto e accompagnato da un cronoprogramma settimanale.

– Chi paga: gli oneri delle soluzioni straordinarie devono ricadere sul sistema consortile, non sui Comuni, sui gestori e sui cittadini.

– Comuni virtuosi: una clausola di salvaguardia per evitare che i mancati ritiri penalizzino i risultati della raccolta differenziata.

– Stoccaggi sicuri: regole nazionali uniformi per gli incrementi temporanei, nel pieno rispetto delle prescrizioni antincendio.

– Trasparenza: rilevazione delle giacenze ogni quindici giorni e obbligo di trasmettere i dati economici relativi a prezzi e margini.

– Sostegno al riciclato: contribuzione immediata per le frazioni in crisi (plasmix e poliolefine miste) e credito d’imposta sull’impiego di materie prime seconde.

– Frontiere: controlli rigorosi sulla composizione e sulla provenienza della plastica importata e dichiarata come riciclata.

– Isole: copertura dei maggiori costi del trasporto marittimo e una soglia minima garantita di ritiro per i territori privi di impianti di riciclo finale.

– Appalti pubblici: punteggi premianti per le imprese che utilizzano materiali riciclati provenienti da filiere territoriali e di prossimità.

– Verificabilità: un Tavolo nazionale permanente, con riunioni almeno mensili, e una roadmap integrata che indichi tempi, responsabili e risorse per ogni intervento.

Una crisi che non nasce nelle case dei cittadini

La crisi non nasce nelle case degli italiani, che ogni giorno separano correttamente i propri rifiuti, né nei Comuni, che negli anni hanno costruito sistemi di raccolta fra i migliori d’Europa. Nasce a valle: dal crollo del valore della plastica riciclata, dalla contrazione della capacità industriale di riciclo e, soprattutto, dal rallentamento dei ritiri da parte del sistema consortile. Il materiale correttamente raccolto e selezionato rimane fermo nei piazzali degli impianti, mentre aumentano le giacenze, i rischi per la sicurezza e i costi a carico di chi ha fatto fino in fondo la propria parte. I gestori del servizio pubblico sono costretti a utilizzare risorse ordinarie per reperire spazi di stoccaggio temporaneo; i sindaci, per non interrompere la raccolta, devono ricorrere a ordinanze contingibili e urgenti. Le Regioni si trovano così nella posizione più esposta: autorizzano gli impianti, rispondono degli obiettivi di riciclo e garantiscono la continuità del servizio pubblico, ma non dispongono di leve sul mercato che ha generato la crisi. È questa asimmetria tra responsabilità e strumenti che il documento chiede al Governo di superare.

“Le Regioni hanno scelto di parlare con una voce sola – dichiara l’assessora della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi – e di tradurre le difficoltà vissute dai territori in una proposta concreta rivolta al Governo. Dietro ogni tonnellata di plastica ferma nei piazzali ci sono il gesto quotidiano di milioni di cittadini che differenziano i rifiuti e il lavoro dei Comuni che organizzano la raccolta. Non possiamo consentire che questo impegno venga vanificato da un sistema incapace di garantire la continuità del ciclo. La crisi non nasce dalla raccolta differenziata, che continua a conseguire risultati importanti, ma dalla carenza di sbocchi per i materiali raccolti, dal rallentamento dei ritiri e dalla debolezza del mercato della plastica riciclata”.

La priorità assoluta: rendere esigibile il ritiro

Il cuore della proposta è rappresentato dalle prime quattro azioni, alle quali le Regioni attribuiscono priorità assoluta perché non richiedono nuove risorse né interventi normativi e possono produrre effetti nell’arco di poche settimane. Il principio è semplice: chi ha la responsabilità del ritiro deve assolverla entro termini certi e, quando non lo fa, deve farsi carico delle conseguenze. Questi oneri non possono essere trasferiti sui Comuni, sui gestori o sulla tariffa pagata dai cittadini, né si può consentire che un’inadempienza non imputabile ai territori comprometta i risultati raggiunti da quelli più virtuosi.

La clausola per le isole

Particolare rilievo assume il riconoscimento degli squilibri territoriali e della condizione insulare. Per le Regioni prive di impianti di riciclo finale, come la Sardegna, il documento chiede la copertura dei maggiori costi del trasporto marittimo e una soglia minima garantita di ritiro.

“La Sardegna vive una condizione strutturalmente diversa – prosegue Laconi –. Non disponendo di impianti finali per il riciclo degli imballaggi in plastica, deve trasferire fuori dall’Isola tutto il materiale selezionato, sostenendo costi e difficoltà logistiche che non possono continuare a gravare sulle comunità. Il riconoscimento di una clausola territoriale e insulare non rappresenta la richiesta di un privilegio, ma la concreta applicazione del principio costituzionale, sancito dall’articolo 119 della Costituzione, che impone di rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità”.

Le richieste al Governo

Al Governo le Regioni chiedono ora tre impegni precisi. In primo luogo, decisioni scritte e datate sulle prime undici azioni, a partire dalla definizione dei termini di ritiro e dal piano di rientro delle giacenze. In secondo luogo, la calendarizzazione dell’istruttoria sulle misure economiche, dal sostegno strutturale alle poliolefine miste al credito d’imposta per l’impiego di materie prime seconde. Infine, la trasformazione del Tavolo nazionale sulla plastica in un presidio permanente, con la partecipazione stabile delle Regioni e riunioni almeno mensili fino al superamento della fase critica, nonché l’integrazione della roadmap ministeriale con tempi di attuazione, soggetti responsabili e risorse finanziarie per ciascun intervento.

“I territori hanno già fatto la propria parte, spesso ricorrendo a provvedimenti straordinari per evitare l’interruzione della raccolta e tutelare la sicurezza degli impianti – conclude Laconi –. Ma gli stoccaggi aggiuntivi possono soltanto rinviare il problema, non rimuoverne la causa. Ora serve un’assunzione di responsabilità nazionale, fondata su decisioni scritte, scadenze verificabili e un’equa distribuzione degli oneri. È in gioco non soltanto la tenuta di una filiera industriale, ma anche la fiducia dei cittadini nella raccolta differenziata e nella capacità delle istituzioni di dare seguito al loro impegno quotidiano”.

Con il parere favorevole espresso oggi, la Conferenza delle Regioni consegna al Governo una piattaforma condivisa da tutti i territori, dalle Regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali.

La Sardegna, che ne ha coordinato l’elaborazione, continuerà a presidiare il confronto nazionale in ogni sede, affinché alle ventuno azioni seguano decisioni, scadenze e risultati verificabili.

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La Regione Sardegna, ha trasmesso al Ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica una nota sul progressivo degrado delle praterie di Posidonia oceanica nell'Arcipelago di La Maddalena, chiedendo un intervento su cinque fronti di competenza statale. Oltre 6.000 imbarcazioni al giorno si sono riversate nei picchi estivi sulle praterie dell'habitat prioritario 1120*. La Regione chiede la qualifica di polizia giudiziaria per il personale di vigilanza degli enti parco, sanzioni proporzionate al danno ecologico e il rafforzamento del presidio in mare della Guardia costiera.

La nota, firmata dall'assessora della Difesa dell'Ambiente Rosanna Laconi e dalla Presidente della Regione Alessandra Todde, è stata trasmessa per conoscenza anche al Presidente dell'Ente Parco nazionale.

L'area interessata cumula tre regimi di tutela distinti: parco nazionale ai sensi della legge n. 394 del 1991; sito della rete Natura 2000 ITB010008 «Arcipelago La Maddalena», designato Zona speciale di conservazione con decreto ministeriale dell'11 gennaio 2022 e contestualmente classificato Zona di protezione speciale; porzione del Santuario Pelagos per i mammiferi marini del Mediterraneo, ratificato con la legge n. 391 del 2001. Ciascun regime genera obblighi autonomi e ciascuno, rileva la Regione, è oggi disatteso per la medesima ragione: l'assenza di un presidio di vigilanza effettivo.

Nelle settimane di picco estivo la pressione si concentra nelle aree di maggiore fragilità — Caprera, Spargi, Budelli, Santa Maria e le isole a nord e a sud di Mortorio — e agisce lungo tre direttrici: l'ancoraggio su fondali colonizzati dalla posidonia, con sradicamento meccanico e frammentazione delle praterie; il moto ondoso e la velocità eccessiva, che accentuano l'erosione degli arenili; l'aumento della torbidità e gli scarichi non controllati, che riducono l'attività fotosintetica della pianta. Gli stessi fattori incidono sulle popolazioni residue di Pinna nobilis, già in stato critico di conservazione, e sui mammiferi marini che frequentano stabilmente queste acque.

Le misure di conservazione vengono disattese quotidianamente e su larga scala senza conseguenze per il trasgressore.

Il personale dell'Ente Parco non dispone della qualifica di polizia giudiziaria né di potestà sanzionatoria: può informare e segnalare, non contestare. La vigilanza resta affidata alla Capitaneria di porto e al Corpo forestale e di vigilanza ambientale, con dotazioni non commensurate all'estensione dell'area.

Le sanzioni ordinariamente applicate all'ancoraggio su prateria si attestano su importi di poche decine di euro, percepiti dalla nautica di fascia alta come costo accessorio della navigazione. In Francia, Paese parte del medesimo Accordo Pelagos, le violazioni sono perseguite dinanzi al tribunale marittimo, con sanzioni pecuniarie assai più elevate cui possono aggiungersi il divieto temporaneo di navigazione.

La Regione segnala inoltre di aver già avviato, per la parte di propria competenza, un percorso di cooperazione con l'Amministrazione marittima: con la deliberazione della Giunta regionale n. 36/21 del 15 luglio 2026 è stato approvato lo schema di Protocollo d'intesa con il Comando generale delle Capitanerie di porto – Guardia costiera, che include espressamente la vigilanza sulle aree marine protette e sui siti Natura 2000. Il Protocollo offre una sede attuativa già costituita, nella quale si chiede al Ministero di sostenere l'inserimento di una specifica linea di attività dedicata al presidio dell'Arcipelago di La Maddalena.

“Non stiamo chiedendo nuovi divieti: quelli esistenti sono già più che sufficienti, stiamo chiedendo che qualcuno possa farli rispettare”, scrivono nella nota la Presidente Todde e l’assessora Laconi. “Un habitat prioritario europeo non può essere affidato alla buona volontà di chi lo attraversa, e chi lo danneggia non può cavarsela con una sanzione da poche decine di euro. La Sardegna fa la sua parte, ma i poteri di vigilanza e il regime sanzionatorio sono materia statale: su questo chiediamo al Ministro una risposta”.

Le richieste al Ministero riguardano l’attribuzione al personale di vigilanza degli enti parco nazionali della qualifica di polizia giudiziaria e della potestà di accertamento e contestazione delle violazioni; la revisione e graduazione del regime sanzionatorio di cui all'articolo 30 della legge n. 394/1991 per i danni agli habitat prioritari e per la violazione delle misure di conservazione dei siti Natura 2000, con importi proporzionati al pregiudizio ecologico e alle caratteristiche dell'unità navale; il rafforzamento del dispositivo di controllo in mare della Guardia costiera nel Parco nazionale e nella ZSC/ZPS ITB010008, con incremento di unità navali e personale nella stagione di massima affluenza, in attuazione dell'articolo 13 dell'Accordo Pelagos; l’inclusione dell'habitat prioritario 1120 del sito ITB010008 tra le aree di intervento prioritario del Piano nazionale di ripristino della natura, di cui al regolamento (UE) 2024/1991; la valutazione dei presupposti per l'esercizio dell'azione di risarcimento del danno ambientale, ai sensi degli articoli 299 e seguenti e 311 del decreto legislativo n. 152 del 2006, nei confronti dei responsabili di eventi accertati di danneggiamento dell'habitat 1120.

La Regione si dichiara disponibile a ogni approfondimento tecnico e alla partecipazione a un tavolo di lavoro dedicato, in raccordo con l'Ente Parco quale ente gestore del sito Natura 2000 e con le autorità marittime competenti.

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Arrivano le risorse per sostenere il ripristino dei territori colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici dei mesi di gennaio e febbraio 2026.

Dieci milioni di euro sono stati destinati ai Comuni con la variazione di bilancio per gli interventi di ripristino dei danni provocati dai cicloni Harry e Oriana che hanno colpito la Sardegna all’inizio dell’anno. A questi si aggiunge un altro milione di euro per le grandi aree industriali interessate dal maltempo.

Le risorse si inseriscono nel percorso avviato a seguito delle dichiarazioni dello stato di emergenza e delle ricognizioni effettuate nei territori interessati. La documentazione allegata alla norma richiama 1.438 segnalazioni comunali relative al patrimonio pubblico e un quadro dei danni di dimensioni largamente superiori alle risorse finora disponibili.

“L’emergenza non termina quando cessa l’allerta” dichiara l’assessora dell’Ambiente Rosanna Laconi. “Dopo la fase del soccorso resta quella, altrettanto importante, del ripristino delle condizioni ordinarie nei territori, delle infrastrutture e delle attività colpite”.

Un ulteriore milione di euro è destinato alle grandi aree industriali interessate dalle eccezionali mareggiate dei mesi di gennaio e febbraio, per il ripristino di infrastrutture, impianti e attrezzature e per il recupero dal fondale marino di materiali e beni trascinati dagli eventi.

La disposizione consente la concessione di contributi ai soggetti pubblici e privati danneggiati.

“La dimensione degli eventi estremi impone di lavorare contemporaneamente sulla prevenzione e sulla capacità di recupero. Investire sulla resilienza significa ridurre i rischi prima, intervenire durante l’emergenza e accompagnare i territori nel ritorno alla normalità” conclude l’assessora Laconi.

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Risanamento ambientale ed ecocentri, sono i settori a cui la variazione di bilancio ha destinato 11,3 milioni di euro con tre interventi principali: il completamento dell’impianto di compostaggio di Pratosardo, a Nuoro, il rafforzamento delle risorse destinate alle bonifiche dall’amianto e la bonifica dell’ex miniera di Sa Marchesa a Nuxis, ai quali si aggiungono le misure per il rafforzamento degli ecocentri e dei centri di raccolta comunali. “Una gestione moderna dei rifiuti richiede impianti efficienti, capaci di migliorare la qualità dei processi e di recuperare una quota sempre maggiore di materiali – dichiara l’assessora dell’Ambiente Rosanna Laconi –. Allo stesso tempo dobbiamo continuare a intervenire sulle criticità ambientali ancora presenti nei territori, a partire dall’amianto”.

Per l’impianto di compostaggio del Consorzio industriale di Nuoro sono previsti 4,1 milioni di euro nel biennio 2027-2028 per la seconda fase dell’intervento.

Le risorse consentiranno di completare il sistema attraverso la chiusura e l’aspirazione dell’area di maturazione del compost, con sistemi di trattamento dell’aria finalizzati anche alla riduzione delle emissioni odorigene, e attraverso la realizzazione di un’area coperta destinata al recupero di legno, rifiuti ingombranti e plastiche dure.

L’intervento integra una prima fase già finanziata e punta quindi al completamento funzionale dell’impianto, senza anticipare l’avvio dei lavori rispetto alle annualità previste dalla manovra.

Sul fronte delle bonifiche, nel 2028 vengono stanziati ulteriori 2 milioni di euro per gli interventi sugli immobili contenenti amianto. Le risorse sono destinate alle amministrazioni provinciali per il successivo trasferimento agli enti locali e ai loro consorzi.

I 2 milioni si aggiungono ai 3 milioni già previsti per la medesima annualità, portando quindi a 5 milioni di euro la dotazione complessivamente disponibile nel 2028.

A questi interventi si aggiunge lo stanziamento di 4.285.781 euro per il 2026 a favore del Comune di Nuxis, per la bonifica, la messa in sicurezza permanente, il recupero ambientale e la valorizzazione del sito dell’ex miniera di Sa Marchesa e delle aree contaminate ad esso connesse. Le modalità di concessione ed erogazione del contributo, con gli obblighi di monitoraggio, rendicontazione e controllo, saranno disciplinate da un’apposita convenzione tra la Regione e il Comune.

Il pacchetto si arricchisce inoltre del rafforzamento della rete degli ecocentri. Sono stanziati 600 mila euro (300 mila nel 2026 e 300 mila nel 2027) per la realizzazione di ecocentri comunali destinati all’utilizzo in forma associata da parte di più Comuni, al fine di valorizzare e consolidare i risultati conseguiti nella raccolta differenziata dei rifiuti urbani. Potranno beneficiare del finanziamento i Comuni che non abbiano ricevuto nei cinque anni precedenti finanziamenti per la medesima finalità, abbiano conseguito nel 2024 percentuali di raccolta differenziata dei rifiuti urbani superiori all’83 per cento e abbiano stipulato tra loro un accordo per l’utilizzo in forma associata dell’ecocentro. Le risorse sono assegnate al Comune individuato quale capofila dell’accordo e ciascun finanziamento è concesso, nei limiti delle spese ammissibili, per un importo non inferiore a 300 mila euro.

Ulteriori 190 mila euro nel 2026 sono destinati ai Comuni capofila delle Associazioni per la gestione dei servizi di raccolta dei rifiuti urbani, per l’ampliamento degli ecocentri comunali a servizio dei Comuni associati appartenenti alla categoria dei Comuni periferici e ultraperiferici della Strategia nazionale per le aree interne (SNAI) o interessati da un’anomala pressione antropica legata ai flussi turistici e alle attività industriali estrattive.

Completano il quadro 120 mila euro nel 2026per interventi urgenti e speciali di ampliamento dei centri di raccolta dei rifiuti nei Comuni situati in prossimità di basi militari.

“Investire sulle bonifiche e sull’efficienza degli impianti significa occuparsi di problemi molto concreti che incidono direttamente sui territori e sulle comunità. È un lavoro meno visibile di altri, ma essenziale per costruire un sistema ambientale più sicuro e più autonomo” conclude l’assessora Laconi.

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Prevenire i danni, rafforzare gli ecosistemi e programmare gli interventi nel tempo. È l’obiettivo del pacchetto da 22,24 milioni di euro che la variazione di bilancio dedica a boschi e ripristino della natura, difesa fitosanitaria e gestione della fauna selvatica.

“Il cambiamento climatico e la crescente pressione sugli ecosistemi impongono di intervenire prima che il problema assuma la dimensione dell’emergenza – afferma l’assessora dell’Ambiente Rosanna Laconi –. Programmare significa poter proteggere meglio boschi, sugherete, sistemi fluviali e attività agricole, utilizzando le risorse dove e quando sono realmente necessarie”.

Per il ripristino della natura sono previsti 4 milioni di euro nel biennio 2027-2028, destinati al recupero della funzionalità degli ecosistemi degradati, dalle zone umide ai corsi d’acqua, dalle dune alle praterie.

Per il patrimonio boschivo dei Comuni viene invece introdotto un finanziamento strutturale di un milione di euro l’anno a decorrere dal 2026, rivolto ai Comuni dotati di un piano di gestione e assestamento forestale approvato e non coperti da altre fonti di finanziamento. Ulteriori 1,8 milioni sostengono l’Azione Bosco nel triennio.

Alla ricerca, fruizione, tutela e valorizzazione del patrimonio carsico e speleologico e al catasto speleologico regionale sono destinati inoltre 390 mila euro nel triennio (130 mila l’anno) a favore della Federazione Speleologica Sarda.

Particolarmente consistente è il capitolo della difesa fitosanitaria e del contrasto agli insetti nocivi: 10,2 milioni complessivi. Di questi, 4,7 milioni nel 2027-2028 sono destinati al contenimento delle infestazioni provocate dai lepidotteri defogliatori della sughera; 4,5 milioni nel triennio rafforzano le attività affidate alle Province contro artropodi, roditori e altri organismi nocivi; 1 milione finanzierà nel 2026 un intervento straordinario sui vettori nell’Oristanese. Le competenze sanitarie restano in capo alle autorità competenti.

Alla fauna selvatica sono infine destinati 2,75 milioni. Il piano regionale di controllo e contenimento della nutria dispone di 1,75 milioni nel triennio, mentre un ulteriore milione rafforza nel 2026 il fondo per gli indennizzi dei danni causati dalla fauna selvatica.

Con quest’ultimo stanziamento la dotazione per gli indennizzi passa complessivamente da 1 a 2 milioni di euro, consentendo di rafforzare in particolare la copertura dei danni alle attività agricole. “La tutela della biodiversità deve convivere con la sicurezza delle attività economiche e con l’equilibrio dei territori. La risposta efficace è una gestione coordinata, fondata sulla conoscenza scientifica e sulla capacità di intervenire in modo continuativo” conclude l’assessora Laconi.

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